LETTERATURA

La relativa giovinezza dello Stato pakistano, frutto dello smembramento dei territori indiani della Corona britannica a partire dal 1947, fa comprendere come una “letteratura pakistana” sia concetto storicamente e culturalmente problematico. Gli scrittori musulmani dell’India sin dal Medioevo si sono espressi essenzialmente in lingua urdu e in lingua persiana, contribuendo allo sviluppo di due distinte letterature, la letteratura persiana e la letteratura urdu. La problematicità del concetto di letteratura pakistana emerge già dal fatto che scrittori persiani operarono sin dal Medioevo in un’area che copre tutta l’attuale India settentrionale, non solo l’attuale Pakistan; così come, d’altronde, gli scrittori in lingua urdu ebbero i loro principali centri a Lahore nell’attuale Pakistan e a Delhi e Lucknow, nell’attuale India, dove tuttora esiste una ricca tradizione letteraria in lingua urdu. Per questo risulta certamente più esatto parlare, al plurale, di “letterature del Pakistan”, peraltro anche in considerazione del fatto che -oltre all’urdu e al persiano- esistono nel paese altre lingue, come ad esempio il pashto e il baluchi che a loro volta alimentano distinte letterature (che hanno centri culturali importanti anche oltre confine, in Afghanistan e in Iran). Il perdurare di un clima di reciproci sospetti e continue tensioni politiche con l’India ha certamente favorito l’evolversi di una letteratura in urdu come fattore importante di identità culturale e etnico-religiosa del Pakistan.

 

Muhammad Iqbal

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Il più grande autore “pakistano” del Novecento, Muhammad Iqbal (m. 1938, ossia prima della spartizione), scrittore filosofo e nazionalista considerato il “padre del Pakistan” che tuttavia non fece in tempo a veder sorgere, compose sia in persiano che in urdu raggiungendo livelli di assoluta eccellenza in entrambe le lingue.  Educato in Occidente, non venne mai meno alla sua profonda fede di musulmano. Fu il teorico dell’ishq (amore concepito come forza motrice delle relazioni umane), che applicò alla speculazione filosofica e a una raffinata vena poetica. Negli anni della maturità divenne uno zelante sostenitore del panislamismo e del Pakistan, di cui fu considerato il fondatore, sebbene morto una decina di anni prima della sua costituzione effettiva. Scrisse in persiano due squisiti poemetti: I segreti dell’io (1915) e I segreti del non-io (1917), la raccolta di liriche Messaggio dall’Oriente (1923) e il Poema celeste. La sua produzione poetica in urdu è raccolta nei volumi Il segnale della carovana (1924), L’ala di Gabriele (1935), Il colpo della verga di Mosè (1937).

 

Mīrzā Muḥammad Hadi

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 Nella prosa si è distinto Mīrzā Muḥammad Hadi “Rusva” (1857-1931). Nella parte occidentale del Paese una certa tradizione letteraria si ritrova nelle quattro lingue più diffuse: pashtō, pañjābī, sindhī e balūcī. La prima, parlata dalle tribù paṭhāne, ebbe il maggior cantore in Khushḥāl-Khan (1613-1689), considerato il padre del pashtō, ed è sommamente dedicata, come le altre del resto, a temi popolari. Più ricca la letteratura pañjābī, cui egualmente si rimanda, citando fra i più recenti autori Sufi Tabassum (1899-1978), poeta che ha scritto in urdu, persiano e, appunto, pañjābī. La letteratura sindhī si configura principalmente intorno alla figura di Shāh ʽAbdu’l Latīf Bhitā’i (1689-1752) e alla sua opera il Risālō (Trattato), raccolta di versi sulla vita del Sind sotto la dinastia dei Kalhōrā (sec. XVIII), a cui si è accostato, per eccellenza di scrittura Shaik Ayāz (1923-1997). Tuttora vitale, la letteratura sindhī ha ritrovato purezza di accenti in ʽĀrif Ghīlānī. Per lo più affidata alla tradizione orale è la letteratura balūcī, imperniata sulle vicende tra le tribù dei Rind e dei Lashārī. Tra gli altri autori di origine pakistana: Zulfikar Ghose (n. 1935) critico, romanziere, poeta e Alamgir Hashmi (n. 1951).